Le tante vite di Alex Zanardi

Le tante vite di Alex Zanardi

Dal 19 giugno il mondo intero si stringe attorno alla famiglia Zanardi, come 19 anni fa quando ad Alessandro venne donata una seconda vita. Ma quella non fu l’unica volta, in una carriera fin troppo interessata dalle interferenze della Morte.

Li ammiro.
Chi? Quelli come Zanardi?
Sì chiaramente, altrimenti non saremmo qui. Ma ci sono diverse categorie di persone verso le quali, a vari livelli di merito, rivolgo la mia ammirazione.
Tipo?
Bhè, chi ha progettato quella FIAT sicuramente merita stima ma no, l’ammirazione è un’altra cosa. E le persone che trovano sempre la citazione giusta da inserire in un discorso, letta chissà dove o sentita chissà quando, la meritano. Se non altro per lo sfoggio di capacità mnemonica.

Sono sicuro che una di queste persone saprebbe rendere molto più avvincente, calzante e stilisticamente ineccepibile questo concetto: ove non ci sia azzardo, non c’è rischio.
Vorrei mi venissero in mente dotte parole di un Platone piuttosto che di un Galileo, ma l’unica frase che posso riportare per associazione di idee è quella pronunciata da un Brad Pitt credibilissimo premonitore del Coronavirus in “World War Z”: “Movimiento es vida”.

Semplice al punto da risultare banale, ma nel profondo incredibilmente attinente con tanti aspetti della vita quotidiana, e badate bene, non esclusiva dei vip, ma di tutti: chi non si mette in gioco, chi rimane inerte di fronte al cambiamento, chi usa la tattica del “fingersi morto” anche quando ad attraversare la strada non è un orso ma l’occasione della vita, state certi, non andrà incontro ad alcun pericolo.
Se non quello del rimpianto.

Nel complesso campo delle relazioni sociali come in un contesto lavorativo, non c’è modo di ottenere soddisfazioni se prima non si è disposti a mettersi in gioco e accettare anche il fallimento.
Certo, c’è rischio e rischio: se si rimedia una pessima figura durante un consiglio di amministrazione, o un secco “No!” dopo essersi dichiarati a chi, si spera, diventi l’amore della propria vita, il massimo che si può perdere è la faccia.
Se invece la routine è quella di venerare la dea Velocità, su bolidi a 3 o 4 ruote, si può perdere anche la vita. O andarci maledettamente vicino.

Lausitzring 2001, il dramma si è appena compiuto.
© EPA PHOTO DPA/MATTHIAS HIEKEL

Una carriera all’insegna della resilienza

Si dice che al Lausitring nel 2001, ad un Zanardi con in corpo meno di 1 litro di sangue sia stata data l’estrema unzione con l’olio motore. Leggende che si accavallano come è normale che sia nella storia di chi è a tutti gli effetti divenuto una Leggenda. Leggenda proprio per questa incredibile resilienza che l’ha portato a tenersi sempre in movimento, ad adattarsi alle asperità più o meno grandi della vita.
Certo e risaputo è che quel giorno il pilota bolognese incontrò la Nera Signora, e solo l’incredibile lavoro di soccorritori e medici e un ardente desiderio di vivere lo strapparono da quelle grinfie scheletriche.

Meno risaputo in certi casi è il fatto che Alex Zanardi, di incontri ravvicinati con la Morte, ne ha avuti diversi prima di quel tremendo 2001. Alcuni diretti, altri indiretti, ma del resto è nella natura delle cose per una persona che del “movimiento” ha fatto la sua “vida”, per un pilota che ha debuttato nelle formule cadette all’epoca della “guerra dei millimetri” tra costruttori di scocche, capaci di frapporre esigui strati di carbonio tra il pilota e l’ambiente esterno pur di avere più zavorra mobile; l’epoca delle F1 che correvano con telai sottopeso rispetto a quelli usati nei crash test, coi risultati visti nei casi degli incidente di Donnelly e Martini; l’epoca dei drammi della stagione 1994; l’epoca delle monoposto da Formula CART capaci di viaggiare sul filo dei 400 km/h (o delle 250 miglia orarie per la gioia degli americani).

Ben lontani dalle bare di magnesio e carburante degli anni ’70, ma ancora così vicini alla possibilità di non tornare a casa sulle proprie gambe dopo una gara, e noi siamo qui per svelarvi queste storie di benzina e sangue come è nostro solito, ma stavolta con una componente in più: tenervi compagnia e darvi conforto nell’attesa che su quell’uomo di Castel Maggiore dalla pelle incredibilmente dura arrivino buone notizie.

Eau Rouge 1993: “Ma vaff…”

Come detto precedentemente, agli inizi degli anni ’90 non esisteva ancora un solido know-how tecnico necessario alla realizzazione di scocche in carbonio, tantomeno una rigida regolamentazione in merito, ma le F1 di quegli anni erano comunque considerate delle astronavi. Merito dell’elettronica, applicata alle sospensioni in particolare, che tramite un complesso sistema di centraline e attuatori potevano modificare l’assetto dell’auto in base al tipo di curva.

Certo, il guasto era sempre possibile (chiedere a Gerhard Berger del suo GP di Portogallo ’93) ma per garantire l’incolumità dei piloti le monoposto erano attrezzate con molle di sicurezza capaci di mantenere un minimo di assetto oltre a vari segnalatori nell’abitacolo.
Tranne nelle curve veloci ovviamente, dove nessun pre-carico sugli ammortizzatori e nessuna spia arancione avrebbero salvato il pilota da una rovinosa e improvvisa perdita di controllo, ma bisognava essere proprio sfortunati e comunque le vie di fuga sono pensate proprio per questo.
No?

No. Perchè all’epoca affidarsi alla fortuna era un lusso che pochi potevano permettersi, forse neanche i piloti di punta di scuderie blasonate, e le vie di fuga erano concepite in maniera molto diversa rispetto ad oggi.
Se poi ci si fosse trovati alla guida di una Lotus prossima alla bancarotta, vaga ombra del mito passato, in piena percorrenza di una Eau Rouge delimitata nella sua forma naturale da un solido guardrail, l’esito può essere disastroso. Anche se la spia arancione preposta a segnalare un’avaria avesse svolto diligentemente il proprio dovere.

“Ma vaff…”
Alex Zanardi riporta di aver pensato questo nel vedere quella spia accendersi, una frazione di secondo prima di schiantarsi a 240 km/h contro il rail. La sua Lotus esplode, rotea, perde il cambio e si ferma nella ghiaia del Raidillon. Il pilota si muove, ma è chiaramente incosciente e viene estratto con tutte le cautele sotto l’occhio onnipresente del Doc Sid Watkins e di Ayrton Senna, fermatosi (stavolta bruscamente contro le barriere) per assistere il collega. La decelerazione registrata dai tecnici Lotus è tale che, come riporta Zanardi nel suo libro, il rottame della vettura venne subito spedito fuori dal Belgio per non avere complicazioni con le autorità in caso di “dipartita” del pilota.

Nel libro è raccontato anche il travaglio nelle ore e nelle settimane successive: seppur incredibilmente idoneo a gareggiare secondo i medici belgi, Zanardi se ne torna in Italia con dolori ad ogni parte del corpo, gli occhi iniettati di sangue, emicranie continue, allucinazioni, svenimenti. Si parla di una tale trazione sulla colonna vertebrale da avergli fatto guadagnare 3 cm in altezza.

Dopo 10 giorni un’elettromiografia evidenzia lo stiramento del nervo accessorio spinale, responsabile di una parziale paralisi della parte sinistra del corpo. Correre a Monza significa stringere quel nervo proprio sotto una delle cinture col rischio di lesionarlo irrimediabilmente e perdere l’uso del braccio, al che Zanardi decide di saltare la gara, saggiamente ma con grande dispiacere.
Anche perchè per sostituirlo arrivò Pedro Lamy, e soprattutto arrivarono gli sponsor del pilota portoghese.

Il momento dell’impatto col rail dell’Eau Rouge. Notare la posizione innaturale del corpo di Zanardi nell’abitacolo. © Unkown

Vittima mancata di quel dannato 1994

Insomma, con una mano alzata in segno di scusa e l’altra intenta a pozzare nelle tasche dei nuovi sponsor della scuderia, i vertici Lotus degradarono Zanardi al ruolo di test driver. Per il 1993 non fu neanche troppo un problema, il recupero neurologico dopo l’incidente di Spa fu necessariamente lento. Per il 1994 invece la voglia di schierarsi in griglia era davvero tanta, tutt’al più che da quella stagione le malefiche sospensioni attive erano state eliminate.

Tuttavia aver vissuto, da spettatore ma pur sempre in autodromo, il weekend di Imola ridimensionò anche questa aspirazione. E il lavoro da test driver non era neanche tanto male, dato che la sua finezza in fase di collaudo gli aveva permesso fino a quel momento di inanellare più giri di quanti ne avesse percorsi Lamy, il quale proprio ad Imola aveva fatto segnare uno 0 dopo aver centrato la Benetton di Letho in partenza.

La Lotus si presentò quindi a Silverstone alla fine di maggio per collaudare delle nuove soluzioni nell’intento di migliorare le prestazioni di una 107C ormai abusata oltre ogni limite di decenza e speranza, avendo fatto il suo debutto nella stagione 1992!
Ma non solo: dopo le tragedie di Imola e il coma di Wendlinger a Monaco, la Federazione impose delle modifiche alla parte inferiore degli alettoni posteriori, la cui solidità andava necessariamente verificata nelle condizioni di utilizzo reale oltre che negli arcaici software di calcolo strutturale.

Tre giorni di test, Herbert fisso sulla prima Lotus mentre Zanardi avrebbe dovuto cedere il sedile a Lamy dopo la prima giornata. E invece ci rimase anche il secondo giorno, la mattina del terzo e solo per salvare le apparenze il portoghese venne messo in macchina nel pomeriggio con pochi chilometri a disposizione a fronte dei 394 giri completati da Zanardi prima di lui.

Al 396° giro percorso da quella monoposto, la nuova struttura portante dell’alettone posteriore collassò percorrendo la veloce curva Abbey: la Lotus scartò violentemente a sinistra e impattò il muro con tale violenza da sradicare il gruppo propulsore-cambio, che rimbalzò in mezzo alla pista, mentre la scocca volò oltre le barriere finendo la sua pazza corsa dentro un passaggio pedonale, in fiamme e orribilmente divelta dal corrimano metallico presente nel condotto.

Il passaggio pedonale nel quale finì la Lotus di Lamy prima della curva Bridge, in un fermo immagine della lotta tra Prost e Senna nel GP del 1993.

Herbert era in coda a Lamy in quel momento e vide tutta la scena, urlando “Pedro is off, Pedro is off!” alla radio con una tale disperazione da far impallidire tutti i presenti al muretto tra cui lo stesso Zanardi che, racconta, si mise alla guida della sua Fiesta a noleggio e raggiunse il luogo dell’incidente tramite le vie di servizio dell’autodromo. Trovò Pedro Lamy che urlava come un dannato, incastrato in un moncherino di carbonio, mentre i primi soccorritori giungevano per spegnere le fiamme e iniettargli una buona dose di morfina.
Ancora 2 giri su quella monoposto, e quelle gambe dilaniate che sporgevano dalla scocca mutilata sarebbe state le sue. Il che, a posteriori, rende ancora più spietata la sorte e la sua ironia.

L’esperienza americana, tra onori e dolori

La Lotus chiuse i battenti alla fine del 1994, e non ci fu verso di trovare un sedile per la stagione successiva. Ma si poteva lavorare per il 1996, quello sì, in nome di quella capacità e voglia di reinventarsi di cui parlavamo prima.
Fu così che il 18 ottobre 1995 Zanardi si ritrovò sull’ovale di Homestead, vicino Miami, a contendersi la seconda auto di Chip Ganassi iscritta nel campionato CART con un certo Jeff Krosnoff che bene aveva fatto in F3000 giapponese e alla 24h di Le Mans. E bene fece anche in quel test, migliorandosi costantemente e segnando il record ufficioso della pista, ma a fare la differenza fu la continuità nei giri di Zanardi, oltre alle preziose indicazioni che diede al team per migliorare il setup della vettura.

Detto fatto, alla soglia dei 30 anni e con una parlata inglese fortemente influenzato dall’accento emiliano, Alex Zanardi divenne il pupillo del team manager Chip Ganassi e del noto tecnico Morris Nunn, oltre che intimo amico del suo compagno di squadra Jimmy Vasser.
Furono 3 anni incredibili, nei quali riuscì a fregiarsi del titolo di “Rookie of the Year 1996” e di quello di campione sia nella stagione ’97 che ’98.

Purtroppo, correre in un campionato velocissimo e competitivo come la CART dell’epoca non tardò a presentare i risvolti più dolorosi.
Primo fra tutti la perdita proprio di Jeff Krosnoff, che alla fine si era accasato nel team di Cal Wells, sulle strade strette e alberate di Toronto: nel test di Homestead Zanardi aveva conosciuto bene lui e sua moglie Tracy, la quale gli aveva mostrato le foto dei suoi figli.
Da ricordare che purtroppo nell’incidente perì anche un commissario di percorso, Gary Arvin, centrato in pieno dalla monoposto impazzita di Krosnoff.

Jeff Krosnoff con sua moglie Tracy. © Peter Burke

Duro fu anche l’impatto con la guida su ovale, incredibilmente veloce e del tutto insensata per un pilota europeo abituato a caricare l’aerodinamica della propria vettura se percepita instabile, mentre sugli speedway americani questa regola si inverte spesso e volentieri.
Pazzia. Pazzia sul filo dei 400 km/h.
Nonostante questo l’esperienza nel 1996 fu sicuramente meno traumatica del previsto, con incidenti evitabili ma decisamente modesti nella dinamica rispetto a quelli in cui incapparono Mark Blundell a Rio (frattura di piede e caviglia) e Emerson Fittipaldi in Michigan (gravi fratture e lesioni spinali).
Anzi, proprio su quest’ultimo speedway Zanardi rischiò di vincere l’ambita US 500 prima che uno spinotto mandasse in malora l’intero impianto di lubrificazione del motore, che esplose letteralmente.

Dove invece rischiò seriamente di farsi male fu nel weekend di Fontana 1997, da fresco vincitore del campionato. E non una, ma ben due volte!
La prima nelle prove del venerdì, quando a 385 km/h si ritrovò davanti alcuni pezzi della vettura di Patrick Carpentier e in una frazione di secondo prese la decisione che gli salvò probabilmente la vita: virò a destra e li colpì col fianco sinistro, piuttosto che tentare di schivarli con una secca sterzata a sinistra che l’avrebbe mandato sicuramente in sottosterzo col rischio di centrarli. La manovra pagò, ma la totale perdita di direzionalità lo portò a schiantarsi contro il muro esterno con tale violenza e attrito da aprire un buco nella scocca.

Telaio Reynard da buttare, ma pilota incolume tanto da saltare subito sull’auto di riserva. Neanche 5 minuti, ed una tubazione iniziò a gettare olio sulla gomma posteriore in piena percorrenza di curva: la monoposto andò immediatamente in sovrasterzo e colpì il muretto esterno tra fiamme e detriti irriconoscibili con tanta violenza che Zanardi strappò il volante dalla sua sede.
Commozione cerebrale lampante, il medico della CART Stephen Olvey gli vietò di prender parte alla gara.

Ironia della sorte, al 39° giro il suo sostituto Arie Luyendyk venne coinvolto in una terribile carambola demolendo la terza vettura di Chip Ganassi in pochi giorni.

Il resto è storia

Dopo il 1998 ci fu la sfortunata parentesi in Williams, un nuovo anno sabbatico, e di nuovo la voglia di mettersi in gioco credendo fermamente nelle capacità del fidato tecnico e amico Morris Nunn, nel frattempo divenuto team owner. Poi, poi, poi…
Poi ci fu il 15 settembre 2001, e non ci fu più storia.

No, neanche per sogno. Anche senza gli arti inferiori, stare fermo per Alex Zanardi non è mai stata un’opzione valida e anche se dovette ridimensionare questo appassionato culto del dinamismo in pista, non lo fece nella vita: in piedi già 3 mesi dopo l’incidente per la consegna dei Caschi d’Oro di Autosprint, più forte di qualsiasi disturbo post-traumatico da stress al Lausitzring nel 2003 per concludere quei dannati 13 giri sulla sua vecchia monoposto e da allora impegnato nelle categorie Turismo e GT con BMW, parallelamente ad un impegno paralimpico portato avanti dal 2007 con prestazioni strabilianti per un uomo che si è scoperto atleta all’età di 40 anni.

L’emozionante ritorno di Zanardi al Lausitzring nel 2003. © Thompson/Getty Images

Quella pellaccia dura del Zanardi non ne vuol sapere di soccombere, nè alle più spaventose decelerazioni nè alle mutilazioni fisiche più raccapriccianti, tantomeno al destino o all’inevitabile e inarrestabile trascorrere del tempo.
È per questo che io ci credo, io credo con tutte le mie forze che uscirà da questo nuovo tira e molla con la Nera Signora e il suo tirapiedi, la fatalità degli eventi, più forte di prima.
Sia lui che un’altra persona troppo spesso non citata ma fin troppo spesso al suo capezzale per dargli forza e conforto, come una luce inesauribile capace di spazzare qualsiasi ombra di tristezza o sconfitta.

La signora Daniela Manni

Così Alex Zanardi presenta nel suo primo libro quella che diventerà in futuro sua moglie, ma nel 1988 per il giovane pilota di Castel Maggiore che si stava apprestando a fare il salto di qualità la “signora Daniela Manni” era solo una team manager che durante un test con 30 posti e 32 partecipanti, escluse il suo tempo e quello di un altro pilota.
“Non l’ho mai perdonata!”, scherza il Zanardi.
Scherza perchè nel 1989 Daniela divenne prima la sua team manager, e poco dopo la donna della sua vita.

“È difficile descrivere la grandezza di quel sentimento. Lei mi ispirava allo stesso tempo sicurezza e tenerezza. Perchè è una donna molto forte, intraprendente, che di rado riesci a mettere in difficoltà. Anzi, ha la grande capacità di dare il meglio di sè quando è sotto pressione.”

Alessandro Zanardi e sua moglie Daniela. © unknown

E sotto pressione Daniela ci è stata spesso, già quella volta a Spa nel 1993 in cui il suo fidanzato cercò un metodo alternativo all’allungamento del femore per guadagnare qualche centimetro in altezza. Alex sragionava, parlava di ritirarsi e mettere su famiglia. “Se dice queste cose, è grave.” il laconico commento di Daniela.
Fortuna che così grave non era, tanto che nel 1996 si sposarono e nel 1998 arrivò il piccolo Niccolò nella loro vita.

3 anni dopo Daniela era in Germania e solo Dio può sapere cosa può aver provato nel vedere suo marito, il padre di suo figlio, centrato da Tagliani a 320 km/h. Questo non ci è dato saperlo, ma sappiamo per certo che Daniela (supportata da Ashley Judd, all’epoca fidanzata di Dario Franchitti) era vicino all’elicottero mentre i medici caricavano ciò che rimaneva di Alex; era all’ospedale nelle delicate ore successive; era al suo capezzale quando riprese a parlare; è rimasta a Berlino finchè c’è stato bisogno del suo supporto psicologico e materiale, come per l’organizzazione del viaggio di ritorno in Italia.

Era lì, a casa, con un figlio di 3 anni da accudire e un marito temporaneamente incapace di svolgere le funzioni più basilari.
Era lì persino quando, dopo l’ennesimo intervento, Alex ebbe una grave emorragia nel bagno di casa dovuta ad un accumulo imprevisto di sangue e liquido infiammatorio in una gamba. Ovviamente loro non potevano saperlo, e pensarono subito alla rottura dell’arteria femorale. Di nuovo a capofitto nell’incubo.
Furono mesi d’inferno, per Zanardi ma non solo.

E la signora Daniela Manni era lì anche il 19 giugno, vicino Pienza, quando un incidente dalle cause ancora da stabilire le ha nuovamente strappato il marito per gettarlo tra le braccia di medici e macchinari della terapia intensiva. La prima a fermarsi con la macchina per assisterlo, pare che si siano addirittura scambiati qualche parola prima che arrivasse l’elisoccorso.
La prima a gestire l’emergenza, con lo shock di chi ha visto il proprio marito investito da un camion, ma anche con la lucidità di chi ha preteso il meglio dell’assistenza medica senza scadere nell’accanimento terapeutico.

Con la forza di chi di fronte alle avversità non si paralizza.

Grazie Daniela, e forza.
Grazie Alessandro, e forza.



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