Greg Moore: Red Gloves Rules.

Greg Moore: Red Gloves Rules.

Il 31 ottobre 1999 ci lasciava uno dei talenti più cristallini e inespressi degli anni 90′. Un pilota che ha fatto sognare una generazione, e che ha lasciato il segno anche tra gli stessi piloti.

Una carriera promettente…

Non tutti hanno avuto la fortuna di sapere chi è stato Greg Moore. Un ragazzino canadese, occhialuto, perennemente associato all’azzurro e al rosso. In 15 anni di carriera Greg si fece notare vincendo tutto nelle serie minori, facendo suoi due campionati nordamericani di kart e un campionato di USF2000.
Poi il salto in Indy Lights nel 1993, con un team privatissimo, con budget ridicolo e a gestione familiare. In due stagioni si porterà a casa 3 vittorie, anche se Moore era costretto a correre senza poter spingere. Il budget infatti era al limite, qualunque danno alla vettura avrebbe significato la fine del campionato e, probabilmente, anche della sua carriera. La Forsythe Racing notò questo canadesino iperdeterminato e con un talento esagerato, tanto da affidargli il sedile per il 1995. E Greg rispose dominando il campionato fin dalla prima sessione di libere, dando due secondi e mezzo al secondo. Vinse 10 gare su 12 e finì fuori dal podio (ma comunque tra i primi 5) solo nella gara di Vancouver.
Un risultato impressionante, che convinse Jerry Forsythe a schierarlo in CART per il 1996, dove in 4 stagioni coglierà 5 vittorie, altrettante pole e 17 podi. Tutto questo con un team di seconda fascia, che non disponeva dei fondi e dei mezzi delle corazzate Penske e Ganassi.
Si arrivò dunque a fine stagione 1999, quando Moore era pronto a fare il grande passo.

…Interrotta di colpo.

Siamo a fine della stagione 1999. Montoya e Franchitti sono in lotta per il titolo separati da 9 punti, e Greg Moore sta per salutare il team Forsythe. 4 mesi prima infatti il pilota canadese ha firmato un contratto pluriennale con il team Penske, che aveva deciso di puntare su di lui per gli anni a venire.
Il weekend non partì benissimo: al venerdì Moore fu colpito nel paddock mentre era in scooter e cadendo si ruppè l’indice destro, oltre che a procurarsi un taglio che richiese 15 punti. La gara sembrava a rischio, ma dopo i vari controlli del caso, un volante modificato dal suo team, qualche giro di prova e delle iniezioni di antidolorifico fu ammesso alla gara. Fu costretto però a partire dal fondo dello schieramento, non avendo disputato le qualifiche.

1999 CART California 500, California Speedway 31/10/99 Greg Moore pulls away ©1999, Phil Abbott / USA LAT PHOTOGRAPHIC

La gara parte, e Moore comincia a recuperare posizioni. Al terzo giro Richie Hearn perde il controllo uscendo da Curva 2 e colpisce il muro interno, lasciando il pilota californiano illeso.
6 giri di caution e si riparte: lo schieramento arriva in curva 2 e l’auto azzurra della Forsythe racing vola capovolta verso il muro interno, ad una velocità di circa 350 Km/h. La macchina si distrugge, cappotta svariate volte e si ferma sottosopra nell’infield.
Subito arrivano i soccorsi, che in tempo record estricano il pilota e lo caricano in ambulanza. Il Dr.Olvey comunica alla TV che Moore sta venendo trasportato all’ospedale di urgenza, la situazione è critica.
Neanche un’ora dopo, il Dr.Olvey sarà di nuovo in TV, a comunicare che Greg non c’è più.

Cosa è successo in maledetta curva 2?

I due incidenti avvenuti in Curva 2 sono praticamente identici, con qualche piccola differenza. Hearn appena accortosi di essere andato in testacoda e di essere oramai nel punto di non ritorno iniziò a frenare, mentre Moore, come dichiarato dal suo compagno Patrick Carpentier in questa intervista, continuò a tenere pigiato a fondo il gas come era sua abitudine. Questo portò la sua auto a colpire una delle strade di servizio nell’infield con un angolo differente e una velocità maggiore rispetto all’incidente del californiano, portando l’auto della Forsythe Racing a staccarsi da terra. Per la natura dell’avvallamento creato dalla strada di servizio, l’auto cominciò a ruotare, fino a che la posteriore destra non toccò terra facendo capovolgere definitivamente la sua Eagle.
Da lì in poi il resto, purtroppo, è storia.

L’eredità di Greg Moore.

L’annuncio della morte scosse tremendamente il paddock e il mondo delle corse americane. Wally Dallenbach, direttore di gara ed ex-pilota, fece abbassare immediatamente le bandiere a mezz’asta e comunicò che non ci sarebbe stata alcuna cerimonia di premiazione. La gara continuò, e i piloti furono avvisati della tragedia solo a fine gara.
La griglia ne fu sconvolta. Greg era uno dei piloti più amati dietro le quinte, aveva legato moltissimo con Adrian Fernandez e Max Papis, oltre che con il commentatore storico della CART Paul Page e il pit-reporter Jan Beekhuis. Era legato anche con Dario Franchitti e la futura ex-moglie Ashley Judd, Moore difatti li fece conoscere ad una festa poco prima di quel tragico 31 ottobre.
Adrian Fernandez, ironia della sorte, vinse proprio la gara a Fontana. Come era facile intuire, non rilasciò dichiarazioni e scappò in sala stampa, come altri suoi colleghi tra i quali Max Papis.
Riuscirono a parlare alla stampa solo qualche ora dopo, ancora in lacrime.

L’incidente di Moore portò l’Auto Club Speedway ad asfaltare l’infield negli anni successivi, proprio a causa di questa tragedia.
Max Papis decise fino a fine carriera di vestire guanti rossi in ricordo di Moore, perchè “Real superheroes wear red gloves”. E chi ha visto correre quel canadesino occhialuto sempre sul filo del rasoio, pensa la stessa cosa.